Infernòt: Il Folk Club Torino

2018
L'incredibile storia della musica Folk italiana e del FolkClub di Torino.

Sinossi

Infernòt è un documentario che si muove tra due anniversari che ricorrono nel 2018:

  •  60 anni di musica Folk In Italia (con il primo disco dei Cantacronache)
  •  30 anni del FolkClub di Torino.

Queste due storie si intrecciano con quella della città stessa, dagli anni del boom ad oggi: una Storia urbana che influenza la musica e la musica che narra questa dimensione urbana.

Si raccontano, attraverso un vastissimo repertorio di immagini e grazie ad una serie di interviste a grandi esponenti della musica nazionale e mondiale, i personaggi ed i luoghi che hanno partecipato alla scena folk in questi decennni: da Italo Calvino a Dario Fo, Da Pete Seeger a Bob Dylan, passando per coloro che hanno resto possibile questa alchimia torinese

  • Sergio Liberovici,
  • Michele Straniero,
  • Fausto Amodei.

I concerti live della trentesima stagione del FolkClub raccontano, insieme alle parole, come è nata la musica folk, cos’è la musica folk oggi, cosa potrà essere un domani.

Note di Regia

Questo documentario vuole essere il luogo di incontro di molte voci che hanno contrassegnato la storia di Torino e la storia musicale Italiana ed internazionale.
Sono specialmente le voci di musicisti, ma anche di storici, musicologi e testimoni di un’epoca che dalla fine degli anni ‘50 prosegue ancora oggi. La necessità è quella di incontrare i protagonisti diretti di una storia che ha unito le grandi ricerche etnomusicologiche del secolo scorso con i migliori interpreti della Folk Music (e non solo).
Oltre a ciò, la possibilità di incontrare i grandi ospiti internazionali presenti alla trentesima stagione del FolkClub e poter utilizzare parte inedita dell’enorme archivio del C.R.E.L. (Centro Regionale Etnografico Linguistico), in un dialogo vivo tra passato e presente.
E’ l’origine di un genere musicale che va raccontata, perché da questa stagione, grazie ai suoi protagonisti, precursori dei tempi, si è sviluppata una gran parte della migliore musica che ancor oggi viene prodotta.

Credits

Soggetto e Regia
Elia Romanelli
Direttore della fotografia
Simonluca Chiotti
Consulente Musicale
Jacopo Tomatis
Montaggio
Alice Lorenzon
Fotografo di scena
Massimo Forchino
Produzione
Elisa Paier
Co-prodotto da
FokClub Torino
Finanziato da
Piemonte Doc Film Fund

Women Moves Mountains

2016
una serie di ritratti a donne di montagna, una comunità femminile la cui condizione d’appartenenza risiede in un grande sentimento d’amore per le montagne.

Il progetto

Quante donne pur lontane dalle luci della ribalta conducono vite straordinarie rimanendo fedeli, tutte, qualsiasi sia la vallata d’appartenenza, ad un voto d’amore, ad una promessa di reciproca fedeltà con la montagna?

Il progetto Women Moves Mountains vuole è portare alla luce queste storie esemplari e raccontarle ad un pubblico ampio e trasversale che resterà ammaliato per la capacità di queste donne di saper parlare a tutti, con la semplicità delle proprie scelte di vita, narrando ciascuna la sua montagna, fatta di coraggio, anticonformismo, emancipazione e amore.

Women Move Mountains racconta storie di donne, una piccola comunità femminile la cui condizione d’appartenenza risiede in un grande sentimento d’amore per le montagne.

Women Move Mountains racconta scelte di donne e di montagna non necessariamente legate all’aspetto sportivo.

 

Note di regia e approccio visivo

Negli ultimi anni si stanno valorizzando sempre di più le figure delle alpiniste e delle atlete donne, personaggi eccezionali in un ambito che rimane molto maschile: quello delle imprese, del rischio, del superamento del limite. Con questa serie di ritratti noi vorremmo andare però oltre il semplice racconto della campionessa, ma raccontare quel rapporto speciale che le donne hanno con le montagne, quelle montagne che Antonia Pozzi definì in una poesia “immense donne”, “madri”.  Il filo rosso sarà quel sentimento particolare, forse materno, che le rende più sensibili ad entrare in sintonia con l’ambiente naturale che le circonda.

Il progetto si svilupperà attraverso due fili narrativi: il racconto della propria esperienza e quello della propria “poetica”. Due aspetti che si intrecciano continuamente, da seguire attraverso un lavoro di intervista e di osservazione, di stampo cinematografico. Si privilegerà l’utilizzo di ottiche corte (50mm) durante le interviste per ottenere un effetto di attenzione sul personaggio sfocando lo sfondo. Grande attenzione verrà data anche alle suggestioni dell’ambiente montano attraverso l’uso di grandangoli e di riprese aeree che restituiscano allo spettatore la maestosità e la bellezza del paesaggio.

Credits

Soggetto
Elisa Paier
Regia e camera
Chiara Andric
Camera e fotografia
Andrea Mura
Produzione
Elisa Paier

El mostro la coraggiosa storia di Gabriele Bortolozzo

2015
Corto d'animazione omaggio alla memoria di Gabriele Bortolozzo: un ricordo della sua battaglia civile ancora oggi attuale lì dove le esigenze di un sistema prevaricano sulla vita dei lavoratori.

Gabriele Bortolozzo e il Petrolchimico di Marghera

Qualche decennio fa, chi percorreva di sera il Ponte della Libertà, il nastro d’asfalto che unisce la città una e trina, assisteva una visione unica: partendo dal centro storico, un miracolo di luci, colori, fumi e fiamme coesistevano in paradossale armonia con l’ambiente urbano che lo attorniava: la bellezza assoluta di Venezia, e le città di terraferma.

Giorno dopo giorno ci si abituava, si introiettava quel contrasto al punto di sentirlo intrensicamente naturale.
El mostro – quei fumi, quelle luci, quell’imbroglio – ha il dono della lievità, il potere della seduzione, la musicalità della promessa: ha un’apparenza sinuosa, ma un animo mefistofelico, e se ti prende non ti lascia più.

A quei tempi era invisibile, silenzioso, attraente: era il miraggio di un lavoro sicuro, la certezza di poter comprare merci, di mandare i figli a studiare e pagargli il dentista. Era l’America in provincia, minor fatica e più reddito, un sogno fronte laguna.

S’insinuava silenzioso nei corpi, si portava via le vite degli operai con inoffensiva semplicità statistica: era il prezzo da pagare, e molti pensavano ne valesse la pena.
Gabriele Bortolozzo, uomo mite, spiritoso, dotato di immaginifica lungimiranza ha rotto l’incantesimo, ci ha costretti a guardare in faccia la realtà. Lo ha fatto con coraggio, ma in solitudine, e ci ha lasciati troppo presto, non senza però affidarci una grande eredità.
Da questa siamo voluti partire per raccontare un risveglio, di coscienze e di memoria che dobbiamo non solo a Gabriele ma anche a noi stessi e a coloro che verranno dopo di noi. Il nostro cortometraggio ha l’ambizione di voler offrire nutrimento ad una  discussione e ad un dibattito su temi che sentiamo nevralgici e rischiosamente sotterrati da una sorta di asfissiante emergenza: lavoro, diritti, salute, benessere.

Temi che oggi come allora sono al centro della scena politica, sociale e culturale ma restano sospesi e sembrano irrisolvibili.
Gabriele Bortolozzo ha ingaggiato una lotta impari ma esemplare contro un sistema, questa lotta ha generato una bella storia, e il nostro cortometraggio vorrebbe che questa bella storia diventasse patrimonio di tutti.

 

https://maredicarta.com/libreria/el-mostro-la-coraggiosa-storia-di-gabriele-bortolozzo/t/145122

Sinossi e note di regia

Questa è la storia di Gabriele Bortolozzo, eroe contemporaneo, eroe il cui nemico-mostro sono i veleni della produzione industriale tenuti nascosti dal Petrolchimico di Marghera, dici minuti in macchina da Venezia, venti minuti in bici. Questa è la storia delle domande che Bortolozzo ha cominciato a porsi negli anni, divenute poi pericolose certezze e subito dopo corpi senza vita di operai innocenti (e inconsapevoli). Queste domande sono qui rievocate con la liricità toccante di un’animazione ma con il concreto valore informativo di una reportage.

Il cortometraggio è completamente ispirato alla storia di Gabriele Bortolozzo, operaio determinato e gentile il cui desiderio di giustizia lo portò a lottare contro il sistema di industrializzazione, attraverso gli anni del boom economico. L’obiettivo del nostro cortometraggio animato non è tanto quello di rendere chiari tutti i riferimenti a persone e luoghi precisi. Dev’essere piuttosto un’esperienza onirica, nella quale lo spettatore può riconoscere non solo Venezia e i suoi operai, ma ogni singola città con un’industria che le è sorta accanto. E il sogno è completamente avvolto dal blues, in un luogo in cui l’intento informativo lascia il posto all’esperienza emotiva, e l’ammirazione all’identificazione.

Credits

Regia
Lucio Schiavon, Salvatore Restivo
Illustrazioni
Lucio Schiavon
Musiche originali
Paki Zennaro
Sceneggiatura
Federico Fava, Cristiano Dorigo
Animazioni e Montaggio
Salvatore Restivo, Giacomo Severi, Matteo Reato, Simone Antonucci
Produzione
Studio Liz
Produzione associata
Studio Magoga

Tobia Scarpa l’anima segreta delle cose

2015
Questo documentario si propone di osservare un processo inosservabile: quello che fa si che una lettura diventi una sedia, un brano una barca, una persona una casa. Cercare di cogliere quel vissuto umano che Tobia Scarpa sembra utilizzare come principale materia dei suoi “oggetti”.

Sinossi e Note di Regia

Un documentario nato da una serie di visite a Tobia Scarpa; visite mattutine, visite pomeridiane, visite come si bevesse un tè ma con due telecamere, un cavalletto e un po’ di luci. Cinque incontri in tre anni. Azioni quotidiane: leggere, guidare, fare di un foglio un aeroplanino di carta.

Poi, dal quotidiano allo straordinario: assistere alla genesi degli oggetti, vedere quel processo che da qualche parola e qualche tratto di lapis su di un foglio, porta a qualche cosa di inedito, qualche cosa che entrerà nel mondo delle cose concrete, toccabili.

Sullo sfondo, un’improvvisazione musicale: con dei bambù del suo giardino, del metallo di risulta, un po’ di corda, Tobia Scarpa da vita ad un concerto minimo. Qualche suono per spiegarsi meglio.

Tobia Scarpa. L'anima segreta delle cose Ed. Marsilio

Credits

Soggetto
Elia Romanelli e Teresita Scalco
Regia
Elia Romanelli
Camera e Fotografia
Lorenzo Pezzano
Camera
Daniele Serio
Montaggio
Chiara Andrich
Produzione
Elisa Paier

Aqua Salsa. Storie di voga

2014
Chiara Curto e Gloria Rogliani ci raccontano il progetto Donne in Voga: la storia femminile della voga veneta attraverso le voci delle stesse protagoniste.

DOCUMENTARIO PRODOTTO NELL’AMBITO DEL WP4 (“arTVision movies”: executive production of arTVision audiovisual products made by professional filmmakers)

DEL PROGETTO ARTVISION – A LIVE ART CHANNEL FINANZIATO DAL PROGRAMMA IPA ADRIATIC CBC 2007/2013 (CUP H79E12000480007)

Sinossi

Il documentario intreccia e racconta le storie di Chiara Curto, Gloria Rogliani e del loro progetto “Donne in Voga, ritratti alle campionesse della storica”. Scopriremo dai percorsi di vita di Chiara e Gloria le tappe e le scelte d’amore verso uno sport che è anche una tradizione e un’identità locale; di come il progetto Donne in Voga rappresenti una legittimazione della storia femminile della voga veneta puntando al recupero della memoria storica attraverso le voci delle stesse protagoniste.

Credits

Soggetto
Elisa Paier
Regia
Elisa Romanelli
Riprese e Fotografia
Lorenzo Pezzano
Camera
Davide Dall'Acqua
Montaggio
Alice Lorenzon
Musiche originali
Giancarlo Angeli
Traduzioni
Aurelia Palmarin
Produzione
Elisa Paier

Pelicula y papel l’arte grafica dei manifesti cubani

2013
Il cartel cubano esplorato in un documentario, una branca dell’arte grafica che rimane tutt’ora poco conosciuta, svelata e svelante una storia di Cuba stessa.

Il soggetto e le note di regia

Pelicula y papel è un’esplorazione inedita di una branca dell’arte grafica che, seppure ha segnato la storia mondiale del genere, rimane tutt’ora poco conosciuta: il cartel cubano. Il manifesto che, dal 1959, data del primo compimento della rivoluzione castrista, si è sviluppato in modi originalissimi, diventando una forma di comunicazione che non solo ha descritto, ma di fatto ha definito, partecipandovi, la storia di un paese e di una grande parte della vita culturale e socio-politica del pianeta tutto.

Questo documentario è una storia del cinema mediante iconografie ed è una storia delle Americhe, dell’Urss poi Russia, dell’Europa, dell’Africa e dell’Asia.

E’ una storia della lotta sociale, del capitalismo, delle soddisfazioni, dei drammi del comunismo e del socialismo, dei tentativi lucidi e goffi delle nazioni per determinare il loro ruolo e i loro confini.

E’ la storia delle rappresentazioni del mondo narrato attraverso “i ragazzi di vita”, le corazzate marcianti, i ladri di biciclette, i dittatori e i loro assassini, eroi e femmes fatales, piccoli atti discreti che rappresentano un mondo.

Questo documentario mostra vecchi oggi miti viventi che ancora, con forbice e colla, istinto e serigrafia, attraverso le figure della pellicola, raccontano cento anni di storia, e poi racconta i giovani trentenni che con computer, intelligenza e una nuova disinvoltura, attraverso le silhouette del cinema digitale, provano ad interpretare ciò che sta succedendo a Cuba in questi ultimi mesi, ciò che succederà nei prossimi due o tre anni.

E’ un film di rimasti e fuggiti, di contenti e disillusi, di spettatori e protagonisti.

E’ un film che nasce dalle poltrone di un cinema per ricadere nella realtà, che passa dalle immagini in bianco e nero a quelle a colori, dalla settima arte al disegno.

E’ un film di un’arte (la grafica) che tratta di un’altra arte (il cinema).

E’ un film su delle persone immerse in una storia che rapidissima muta e che cercano di interpretare una rivoluzione, antica e moderna, attraverso immagini.

E’ la storia di un popolo, quello di cuba, che cerca di trovarsi, costruirsi, festeggiarsi, ricordarsi, progredire, attraverso queste immagini.

E’ un film su Charlot, Fellini, Kurosawa, de Sica, Ejzenstejn, Truffaut… su un popolo che si innamora delle immagini, che le le eleva ad insegnamento e dogma, che le affigge sui muri delle città e le ruba per re-incollarle nelle pareti di casa.

Il bene ed il male, è in una pellicola e nel suo cartel.

Le interviste

Olivio Martinez

Incontrato nel suo appartamento in una zona periferica dell’Havana e poi nuovamente, a lavoro, nel più noto studio di serigrafia di Cuba, è la memoria storica del movimento dei grafici cubani. Da lui il racconto delle origini, quando Castro decise di dare ad uno sparuto gruppo di geniali grafici tutti i mezzi per poter lavorare alla creazione di una coscienza cinematografica per il popolo cubano.

Raphael Morante

Altro grande vecchio della grafica, ci racconta la sua storia e ci racconta il suo protagonista assoluto: Charlie Chaplin. Eroe in pellicola che troveremo spesso nel repertorio, nei cartel, dipinto nei muri della città ed ancora nei piccoli schermi delle famiglie e dei bar. Lo incontriamo mentre disegna la sua icona e mentre ci racconta la sua arte. Le peripezie degli anni ’60, quando si attendevano giorni nell’attesa di un colore, di un pezzo di carta sul quale stamparlo.

Lesbia Vent Dumois

Una donna anziana ed arzilla, pittrice, che conosciamo mentre nel suo studio dipinge una grande tela. Una dona che si rivela essere la madre putativa di tutte le arti di Cuba, colei che ha diretto le maggiori istituzioni artistiche del paese. Il suo contributo storiografico come punto di vista essenziale per conoscere i nomi e le dinamiche del primo periodo della grafica cinematografica cubana, i nomi e gli sviluppi di quella attuale.

Jose Justino Rodriguez Martinez

L’ uomo che materialmente ha realizzato tutti i grandi capolavori della serigrafia cubana degli ultimi 50 anni: il serigrafo. Colui che ha incontrato tutti i grafici del paese e che ascoltandoli, dialogando con loro, avviò centinaia di volte quel processo che portò dei bozzetti a matita a diventare delle opere d’arte da esporre in città, davanti alle entrate dei cinema, per i cittadini. Ci racconta quel processo e, assieme ai suoi assistenti, ce lo fa vedere in tutti i suoi passaggi. La sua memoria è nelle mani.

Reynaldo Gonzalez

In una sala da Rumba popolare, tra le note caraibiche e lo show di maestri della musica cubana, incontriamo questo intellettuale finissimo, scrittore tradotto in tutto il mondo, profondo conoscitore della storia castrista (lui che omosessuale l’ha vissuta nel bene e nel male, sulla sua pelle) e della grafica cinematografica cubana. Teorizzatore di questo movimento, ci racconta le assonanze stilistiche con quello che all’epoca succedeva nelle avanguardie del mondo: il dada francese, il surrealismo spagnolo, l’impressionismo tedesco, polacco, est europeo, il minimalismo giapponese, la pop art, l’op art, l’arte psicadelica dell’ Americana del Nord . Tutti movimenti a cui i nostri grafici, allora come anche oggi, fanno (in concessa libertà) riferimento.

Pepe Mendez

Rappresentante assoluto della nuova generazione dei grafici cubani, incontrato nel suo giardino mentre va a caccia di manghi e poi nel suo grande studio, ci presenta la situazione della serigrafia da dopo il “periodo especial” ad oggi. Una nuova sensibilità grafica, più indipendente da un discorso prettamente politico-sociale, più rivolta all’estero, ancora fortemente appassionata e visionaria.

Donne in Voga ritratti alle campionesse della regata storica

2013
Uno spaccato di emancipazione femminile all'interno dell'unico sport al mondo che si identifica con una città: Venezia.

Il progetto

Donne in Voga racconta attraverso singoli ritratti video, la storia personale e sportiva di tutte le campionesse della regata storica che dal 1953 ad oggi si sono susseguite aggiudicandosi la celebre bandiera rossa. Il progetto vuole legittimare la voga femminile che da sempre fa parte del tessuto tradizionale e sociale di Venezia al pari di quella ben più nota maschile, ma anche valorizzare e raccogliere le preziose memorie di voga delle donne protagoniste in un arco temporale ben definito di un cambiamento di usi e costumi proprio a Venezia. Lì dove negli anni ’50 vogare era una necessità, oggi è diventata una tradizione da tutelare. La voga veneta è uno sport fatto di tecnica, forza ed esperienza e grazie a questi ritratti restituiremo una memoria storica di una tradizione che deve essere serbata con grande cura.

Interviste a 

Romina Ardit, Teresina Boscolo, Lucia Bubacco, Rosella Busato, Anna Campagnari, Pina Carrara, Monica Carli, Giovanna Della Toffola, Nadia Donà, Martina Lucarda, Anna Mao, Gloria Rogliani, Lucia Paoli, Luisella Schiavon, Benito Vignotto.

Segui il blog dedicato alla voga femminile

Sul blog Vogainrosa.it potete seguire le fasi del progetto e scoprire gli approfondimenti dedicati alle singole regatanti.

 

Timelapse mosaici pavimentali Basilica di San Marco

2012
La storia del cristianesimo raccontata attraverso una avvincente lettura dei mosaici pavimentali della Basilica di San Marco di Venezia.

A walk on the Heavens: reading the flooring mosaics Venice Cathedral

Abbiamo affrontato una materia complessa come l’interno della Basilica di San Marco: luogo più misterioso e più fotografato di tutta Venezia.

Il video è stato realizzato in collaborazione con Tunastudio che ha garantito l’utilizzo di immagini della città di Venezia che hanno reso possibile un montaggio alternato insieme alla componente grafica, preponderante per via dell’impossibilità di accendere le telecamere all’interno della Basilica.

Il risultato  è una breve sequenza che illustra la teoria controcorrente di Raffaele Paier secondo cui i brani pavimentali musivi della Basilica di San Marco nascondono un percorso di fede andato perduto nei secoli.

Abbiamo scelto di raccontare questa storia in inglese per raggiungere tutti gli amanti di Venezia. Buona visione!

Credits

Soggetto
Raffaele Paier
Regia
Nicola Dalla Vecchia e Elisa Paier
Voce e Traduzioni
Pegah Zohouri
Grafiche
Giulia Brolese
Montaggio
Nicola Dalla Vecchia
Animazioni
Alessandro Fabbro, Nicola Dalla Vecchia, Alberto Granaiola
Produzione
Elisa Paier

Alberto Landi voce libera di San Donà di Piave

2010
Alberto Landi attraverso la radio di cui era direttore lavorava per costruire rapporti umani migliori e lo faceva con pazienza ed ironia.

Il progetto

Mentre i tempi andavano intiepidendo i rapporti umani, Alberto Landi intrecciava molte relazioni in modo critico e passionale ma sempre con estremo entusiasmo. Attraversava San Donà lentamente, con la sua bicicletta, mentre tutto il resto andava veloce, con quella fretta tipica dei nostri giorni. Aveva deciso di parlare a coloro a cui nessuno aveva voglia di parlare. Aveva deciso di fare una radio libera, quando le radio avevano deciso di non essere libere. Essere se stessi in un momento in cui molti hanno deciso di essere altro da sé, questo era Alberto Landi.

A San Donà di Piave, in via Cesare Battisti trasmette da molto tempo una piccola radio.

Nata “anni or sono in uno sgabuzzino”, come si legge in un editoriale, “da un gruppo di amici che avevano voglia di comunicare”, oggi Radio San Donà è diventata fertile luogo di incontri, di scambi di opinioni e di idee. Un vivace angolo dove poter comunicare ed essere ascoltati.

Uno dei fondatori di questa realtà è Alberto Landi. In paese molti lo conoscono e sanno chi è. Alberto era una figura nota, un po’ schiva ma disponibile, sapeva ascoltare tutti con un sorriso.

“Alberto”, si legge in un articolo di giornale, “ha dipinto di colori vivaci le giornate grigie nella sua città”. Molti lo ricordano e molti non vogliono dimenticarlo.

Raccontare Alberto significa essere accompagnati dentro l’animo della gente e partecipare allo sforzo che molti fanno per seminare e costruire rapporti umani migliori, poiché la voce di Alberto era parte integrante di un tram tram quotidiano, era la voce di un uomo che credeva nella libertà, ma in quella libertà pura, difficile, priva di compromessi, poiché egli era un uomo che credeva nell’importanza di considerare anche la più piccola opinione – magari banale, puerile, primitiva – un tassello fondamentale per creare indipendenza e autonomia nella testa di coloro che lo ascoltavano alla radio. Per lui, i pro e i contro erano la faccia della stessa medaglia, erano il tema costante del suo lavoro.

Il Documentario vuole far parlare ancora Alberto, farlo conoscere a chi non l’ha conosciuto, farlo riascoltare a chi lo ha stimato e amato. Per questi motivi – e tutti quelli che ogni persona custodisce nella propria intimità – credo sia importante fare un documentario su di lui, su Alberto … poiché raccontarlo significa raccontare un po’ anche i suoi amici, la sua città, la sua regione, significa mettersi ad ascoltare il vento che trasporta parole, sentimenti, chiacchiere e ri-chiacchiere, che spinge lo “spirito di Alberto” in qualsiasi breccia mentale disponibile ad accoglierlo, come fosse un sospiro di sollievo e una vera e propria brezza rigenerante … tutto questo, mentre lo “sgabuzzino” continua ad essere il sogno, il luogo che lui ha sempre voluto fosse: libero finché “le nostre forze riusciranno a sostenere e a portare avanti la nostra idea di radio!”

Credits

Soggetto e Regia
Davide Colferai
Assistente Regia
Flavio Saramin
Camera e Fotografia
Alberto Mandelli
Camera
Silvia Berton
Montaggio
Corrado Iuvara
Musiche
Silvio Bartoli
Assistente Produzione
Margherita Korz
Produzione
Elisa Paier

Lën pensieri e storie di tre artisti gardenesi

2009
Un documentario che parla di montagna per suggerire i suoi rapporti con l'arte e che quando parla di arte suggerisce alcuni punti di vista sulla vita che, a loro volta, riconducono attraverso l'arte, alla montagna.

Sinossi e note di regia

Len è un documentario che quando parla di montagna suggerisce il tema dell’arte e che quando parla d’arte suggerisce alcuni punti di vista sulla vita. E viceversa. Questi suoi diversi cuori si trovano infine a battere insieme, accomunati da quell’origine comune che sembra essere il legno, materiale predominante nella cultura e nella scultura gardenese.

Tre artisti le cui storie si intrecciano e si confrontano, ci conducono attraverso questo percorso. Tone, colui che sembra voler guardare alla scultura come ad una voce preziosa che parla di storia e tradizione. Aron, colui che scolpisce grandi tronchi per comprendere ed entrare nell’arte contemporanea. Egon, colui che ha abbandonato la scultura in vista di un percorso filosofico che ha trovato la sua soluzione nell’ iconoclastia e nell’eremitaggio.

Sapevo che nei secoli passati, lì, gli inverni rigidi li si trascorreva nelle stubi a lavorare dei ciocchi di legno per farne dei giocattoli da vendere d’estate, con le gerle piene sulle spalle, lungo sentieri che conducevano lontano. Sapevo che questo espediente, nato per sopravvivere ad una natura che non offriva grandi soddisfazioni nell’agricoltura, nel tempo si era evoluto, diventando una forma di fine artigianato. E sapevo anche, perché della valle conoscevo da molto tempo uno scultore, Otto Kostner, che questo artigianato, in alcuni casi, non era più stato sufficiente ad accontentare le voluttà espressive di chi aveva ricevuto, nelle botteghe, la conoscenza della tecnica, e si era trasformato in arte, in scultura artistica.

Dallo sgabello dell’osteria, durante quei dieci giorni, sono passato agli ateliers, e ho potuto cominciare a vedere gli artisti al lavoro, ho cominciato a sentirli comunicare nella loro lingua ladina, ho cominciato a comprendere il loro rapporto con il legno di cirmolo, compagno fedele di ogni scultore della valle.

Parlando di legno si finisce presto a parlare d’arte e di tutto ciò che questa comporta, inclusi i tumulti del pensiero e dell’anima. Ho incontrato molti uomini d’ingegno, con le pedule ai piedi per entrare nel bosco e con la sensibilità degli artisti che non li abbandonano mai. Ho presto compreso che quell’osteria, e le altre osterie, e i rifugi, e i boschi e le montagne, sono come dei salotti rupestri dove non termina mai un simposio sull’arte.

Ho compreso che è una terra di partenze e ritorni, dai tempi della gerla e fino ad oggi, dove persone ben forgiate dalla neve dell’inverno e dai prati estivi, tornano dopo aver visto il mondo, per applicare le curiosità osservate durante il viaggio alla lavorazione del loro legno, per dargli sempre una nuova forma, per metamorfosarlo sempre in nuovi modi, per portarlo ad essere arte scolpita.

Parlare di legno in questa valle è come parlare d’arte. E parlando d’arte a volte sembra di parlare di vita. Come nel racconto di Kafka, ciò di cui si parla è il soggetto del discorso, e non lo è, e lo è:

“Perché siamo come tronchi nella neve. Posano in apparenza leggeri, tu pensi di poterli smuovere, con un lieve tocco. Invece no, non puoi, perché sono confitti al suolo. Ma, vedi, anche questa è soltanto apparenza.”

Ringrazio Aron, Egon e Tone per i loro pareri diversi su ciò che la scultura debba o possa essere e per la loro paziente disponibilità.

Credits

Soggetto e Regia
Elia Romanelli
Camera e Fotografia
Piergiorgio Grande, Giuseppe Drago
Musiche originali
Stefano Codin
Suono
Enrico Lenarduzzi, Alessandro Romano
Montaggio
Piergiorgio Grande
Fotografa di scena
Teresa Sartore
Grafica
Giulia Brolese
Produzione
Elisa Paier